Province
14/12/2015

Sull’aeroporto della Malpensa

Le prospettive dell’aeroporto della Malpensa non interessano solo gli “addetti ai lavori”, ma suscitano ormai da anni un buon numero di interrogativi anche nel comune cittadino.

Si ricorda che, quando ancora non si parlava di grande Malpensa e i movimenti di passeggeri dell’unico terminal erano circa due milioni, un certo anno fu necessario rifare le piste di Linate. Il traffico passeggeri della Malpensa si moltiplicò istantaneamente, perché tutti i voli di Linate furono dirottati lì. Eppure l’aeroporto resse, nonostante il periodo estivo che comportava flussi aggiuntivi di traffico turistico.

Già in quell’epoca si parlava di una terza pista, che non fu realizzata per la forte opposizione dei comuni limitrofi, associati in un consorzio urbanistico volontario.

In parallelo con la realizzazione della “grande Malpensa” (con due terminali passeggeri, il collegamento ferroviario e cargo city) ebbe inizio col nuovo millennio la saga sulle dimensioni che l’aeroporto doveva assumere e sui suoi caratteri di “hub” nazionale, in contrapposizione a Fiumicino. Da allora ad oggi, interrogativi e perplessità si sono moltiplicati. Se ne possono ricordare almeno quattro.

Un primo interrogativo riguarda proprio l’assunto per cui l’Italia debba avere un hub unico, come se fosse una bella cosa mandare alla Malpensa i passeggeri siciliani o pugliesi, oppure alternativamente mandare a Fiumicino quelli piemontesi o veneti. Eppure, gli aeroporti di Zurigo o di Amsterdam sono hub efficienti, anche se i Paesi Bassi e la Confederazione Elvetica sono molto più piccoli di mezza Italia.

Un secondo interrogativo riguarda il sistema aeroportuale lombardo, come se le prospettive di crescita di Malpensa non si basassero su ragioni intrinseche, ma piuttosto sul ridimensionamento di Linate: si è giunti perfino a ipotizzare che dovesse rimanere a Linate solo la navetta Milano-Roma, senza nemmeno considerare l’entrata in esercizio dei nuovi treni ad alta velocità, fortemente concorrenziali con l’aereo su quella tratta. Intanto, lo scalo di Orio al Serio è cresciuto costantemente, senza troppa retorica, ma rispondendo a una domanda reale di traffico aereo.

Un terzo interrogativo riguarda la collocazione a Malpensa del quartier generale di Alitalia o di altra compagnia aerea, come se l’appetibilità di uno scalo non dipendesse principalmente dalla consistenza di una forte domanda di trasporto aereo da parte di viaggiatori che pagano il biglietto, per cui se una certa compagnia non è presente, sarà vantaggioso per le altre concorrenti sostituirla.

Un quarto interrogativo riguarda la ricordata proposta di realizzare una nuova pista, per aumentare il volume di traffico dagli attuali 20 milioni di passeggeri al loro doppio o anche di più, senza considerare che Heathrow (il maggiore scalo europeo, con ben 7 terminali e 80 milioni di passeggeri) funziona tuttora con due piste e anzi ha declassato la terza già realizzata a pista di rullaggio.

Tutte queste perplessità sembrano implicare in sintesi un elemento in comune, ovvero la propensione ad un gigantismo fine a se stesso. Come se unicamente l’aeroporto della Malpensa, a differenza di tutti gli altri grandi insediamenti infrastrutturali, dovesse sfuggire a una seria analisi scientifica dei limiti del proprio sviluppo ottimale sostenibile, nel contesto territoriale e sociale in cui si colloca.

Enrico  M. Tacchi

 

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